9) Strauss. Storia di Cristo e filosofia.
Secondo Strauss, poich la storia di Cristo, cos come essa viene
raccontata nei Vangeli,  incompatibile con la filosofia, 
necessaria una transizione da qualcosa di esternamente storico a
qualcosa di interno e spirituale.
D. F. Strauss, La vita di Ges o Esame critico della sua storia,
volume secondo (vedi manuale pagine 8-9)

Il vero stato delle cose  pertanto il seguente. La comunit
cristiana riferisce la cristologia della Chiesa ad un individuo
storicamente esistito in un dato tempo; il teologo speculativo ad
una idea, che solo nella generalit degli individui traducesi in
realt; la comunit cristiana riguarda i racconti evangelici come
storia, il teologo critico li riguarda in buona parte come miti.
Ora, se egli vuole partecipare a quella comunit, quattro vie gli
si aprono dinanzi.
In primo luogo, il tentativo gi tracciato nelle precedenti
dichiarazioni di Schleiermacher: sollevare cio la comunit
cristiana al proprio punto di vista, e, anche per essa,
disciogliere in idee la parte storica: - tentativo, che deve
necessariamente fallire, poich alla comunit mancano tutte quelle
premesse per le quali  passato il teologo prima di giungere alla
sua opinione speculativa; il tentativo, quindi, a cui solo
potrebbesi indurre un desiderio fanatico di spiegare ogni cosa.
La seconda ed opposta via sarebbe quella di trasportarsi
interamente al punto di vista della comunit cristiana e, per
rimaner nel seno di questa, discendere dalla sfera dell'idea,
nella regione delle immagini popolari. Codesta via viene di solito
concepita e giudicata in modo troppo aspro e reciso. La differenza
fra il teologo e la comunit riguardasi comunemente come una
differenza integrale: alla domanda - s'egli crede nella storia di
Cristo - il teologo - ci si dice - risponde di s, mentre
propriamente dovrebbe rispondere di no: e questa  finzione.
Certo, se la dottrina e la coltura ecclesiastica riposasse sopra
un interesse storico: ma qui l'interesse  invece religioso: ella
 essenzialmente religione quella che qui ci si comunica: e cos
stando le cose, colui che non crede nella storia come tale, ben
pu in essa riconoscere tuttavia la religione, al pari di colui
che la storia come tale accetta: la  solo una differenza di
forma, che lascia intatta la sostanza. E' quindi sconveniente ed
improprio il gridar tosto alla finzione, se un sacerdote, a cagion
di esempio, predica intorno alla risurrezione di Cristo: giacch
quantunque egli non ritenga questa come reale, in quanto singolo
fatto corporeo, ben egli ritiene per vera la dottrina del processo
spirituale della vita che forma di quel racconto la base. Pi
dappresso riguardando per questa identit della sostanza sussiste
solo per colui che nella religione sa distinguere tra sostanza e
forma, - vale a dire per il teologo e non per la comunit alla
quale egli parla; questa non sa comprendere come creder si possa
nella verit dogmatica, per esempio, della risurrezione di Cristo,
senza essere convinti della storica realt della medesima: laonde
se appena ella riesce ad accorgersi che il sacerdote non ammette
tale realt, mentre pur le parla della risurrezione, ella lo
incolpa di menzogna - e ogni rapporto o legame, fra la comunit e
lui, per tal modo si rompe.
Cos avviene che, non essendo per ombra, in s, menzognero, ma pur
tale sembrando alla comunit, - e di ci consapevole - il
sacerdote, se nullameno si ostina a parlare alla comunit sotto le
forme volute dalla di lei coscienza, finisce coll'apparire un
mentitore anche a se stesso e trovasi spinto al terzo e disperato
partito, quello di abbandonare lo stato sacerdotale. N giova il
dire, ch'ei discenda dal pulpito e salga invece sulla cattedra,
donde egli potr esporre senza tema le proprie opinioni
scientifiche, dinanzi la persona cresciuta alla scienza: giacch
se a colui che per il processo della sua coltura si senta
costretto ad abbandonare il ministero sacerdotale accadesse di
educare alla propria scuola molti che per opera sua divenissero
poi egualmente incapaci a quel ministero, da un male se ne farebbe
uno maggiore.
[...].
Egli si metter pertanto in cerca di un'altra via; rifiutate le
due prime perch esclusive, la terza perch transazione puramente
negativa, se gliene presenta ora una quarta, che  una transazione
positiva fra i due estremi, la coscienza del teologo e quella
della comunit. Ne' suoi sermoni ai membri di questa egli, per
vero, si atterr alle forme della popolare credenza, ma in guisa
per da farne ad ogni occasione trasparire il fondo spirituale,
nel quale soltanto  riposta a' suoi occhi la verit della cosa, e
da preparare per tal modo il dissolversi di quelle forme nella
coscienza stessa della comunit, quand'anco ci non potesse
effettuarsi che per via di progresso indefinito. Egli quindi, il
teologo, nella festa di Pasqua - per attenersi all'esempio citato
- partir,  vero, dal fatto materiale della risurrezione di
Cristo, ma ne far spiccare come parte essenziale quell'essere
seppellito e risorgere in spirito col Cristo, a cui l'Apostolo gi
allude. Questo, per lo appunto,  ci che fa ogni predicatore,
anche il pi ortodosso, tutte le volte che dal racconto
evangelico, oggetto del sermone, egli trae la morale: nel che gi
scorgiamo una vera transizione da qualcosa di esternamente storico
a qualcosa di interno e di spirituale. Certo, non  da trascurarsi
questa differenza, che il predicatore ortodosso costituisce la
cos detta morale sopra la storia del suo testo in guisa che
questa tuttavia rimanga come storica base: laddove nel predicatore
speculativo il passaggio dalla storia biblica, ossia dalla
dottrina della Chiesa alla verit ch'egli ne fa derivare, assume
il significato negativo di distruzione di quella storia e di
quella dottrina.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciottesimo, pagine 883-886.
